martedì 16 ottobre 2018


SI TORNA A LAVORARE NELL'ORTO


LO ZAFFERANO E' NEGLI STIMMI!

Dopo aver raccolto i fiori, dovremo rimuovere gli stimmi rossi con molta delicatezza, con l'aiuto di una pinzetta. Poi li riporremo in  un piccolo contenitore o su di un tovagliolo di carta e li lasceremo asciugare prima di trasferirli in un vasetto o in una provetta di vetro, da mantenere ben chiusi per conservare l'aroma dello zafferano.









      











IN ATTESA DEL RACCOLTO ...





                                             


LA 2 ^ C TORNA A VEDERE LE PATATE CHE AVEVA SEMINATO. QUANDO SI POTRANNO RACCOGLIERE?







martedì 29 maggio 2018

Grande festa di fine anno



La festa di fine anno


Anche quest'anno le classi quinte hanno accolto con le loro insegnanti   i  'remigini'  sul piazzale della scuola con una bellissima coreografia. Un momento di festa e di addio alla scuola che li ha visti protagonisti per cinque indimenticabili anni.  







Ready to dance!



Il regalo al mitico nonno Carlo

venerdì 27 marzo 2015

parafrasando una poesia di G. Pascoli


C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico 
son tornati a rifiorire gli alberi dell'orto...

Si respira una dolce aria che scioglie le dure zolle che 
nonno Carlo ha lasciato riposare nel lungo inverno...

un'aria di altro luogo e d'altro mese .... un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...





venerdì 20 marzo 2015

Coop a scuola con L'orto Magico!


Questa settimana L'interclasse delle seconde segue il percorso di Educazione al Consumo Consapevole: Orto Magico di Coop a cura di Cooperativa Pandora.

In questo caso si parte dalle conoscenze già buone di questi giardinieri in erba e attraverso il racconto di della Storia di Montagna Verde si arriva a parlare di stagionalità per poi “mettere mano” sulle parti delle piante commestibili.

Cero perché delle piante mangiamo proprio tutto, non solo i frutti: a volte si tratta di radici, come le carote, a volte di fiori, come i carciofi, a volte di foglie, come nel caso dell’insalata.

Se poi si ha la pazienza di aspettare la giusta stagione tutto è più buono e più amico della terra: non ha fatto un lungo viaggio o non è stato “pompato” da una crescita in serre riscaldate.

Mettere mano” serve anche ad avvicinare al mondo dei vegetali che non sono molto amati.

I bambini non mangiano volentieri le verdure anche perché le conoscono poco. Il tempo sempre più scarso che si dedica alla preparazione del cibo ed allo stare a tavola in famiglia, la grande disponibilità di cibo già pretrattato (legumi surgelati o in scatola, gastronomia in busta …) non li mette in condizione di conoscere gli alimenti, la loro origine, le loro caratteristiche.

Dire ai bambini che le verdure fanno bene è importante, ma non incide sui comportamenti.

Proprio per questo diventa necessario ricreare esperienze concrete.

I bambini di Cesari sono fortunati, però!

Grazie all’aiuto dei nonni hanno un orto dove le verdure possono vederle crescere!

domenica 15 marzo 2015

ancora una ricetta del mitico risotto giallo



Anche i bambini di 2^ B hanno riscritto  la ricetta del risotto giallo in un algoritmo ...



Una ricetta in algoritmo

L'algoritmo della ricetta del risotto giallo

I bambini di 2^ A hanno riscritto  la ricetta del risotto giallo in un algoritmo



INGREDIENTI


BURRO 125 g,  BRODO 1 l,  CIPOLLA 1,  GRANA PADANO GRATTUGIATO 150 g, ZAFFERANO 1 BUSTINA,  ZAFFERANO UN PIZZICO DI STIMMI,  
RISO ARBORIO 350 g   ,VINO BIANCO 200 ml .





domenica 22 febbraio 2015

Mangiarsi la parole



Una ricetta letteraria ...

I genitori di un alunno di 2^ B ci hanno segnalato una ricetta fra le più dettagliate che si conosca, di cui riportiamo alcuni stralci,  un esempio di come si può fare letteratura parlando di cucina.


Carlo Emilio Gadda

Risotto patrio

           
      L’approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Caterina, che ha forma allungata, quasi di fuso. Un riso non interamente « sbramato », cioè non interamente spogliato del pericarpo, incontra il favore degli intendenti piemontesi e lombardi, dei coltivatori diretti, per la loro privata cucina. Il chicco, a guardarlo bene, si palesa qua e là coperto dai residui sbrani d’una pellicola, il pericarpo, come da una lacera veste color noce o color cuoio, ma esilissima: cucinato a regola, dà luogo a risotti eccellenti, nutrienti, ricchi di quelle vitamine che rendono insigni i frumenti teneri, i semi, e le loro bucce velari. Il risotto alla paesana riesce da detti risi particolarmente squisito, ma anche il risotto alla milanese: un po’ più scuro, è vero, dopo l’aurato battesimo dello zafferano. 
     Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola rotonda, ma anche ovale, di rame stagnato, con manico di ferro: la vecchia e pesante casseruola di cui da un certo momento in poi non si sono più avute notizie: prezioso arredo della vecchia, della vasta cucina: faceva parte come numero essenziale del « rame » o dei «rami» di cucina, se un vecchio poeta, il Bussano, non ha trascurato di noverarla nei suoi poetici « interni », ove i lucidi rami più d’una volta figurano sull’ ammattonato, a captare e a rimandare un raggio del sole che, digerito il pranzo, decade. Rapitoci il vecchio rame, non rimane che aver fede nel sostituto: l’alluminio.   
       La casseruola, tenuta al fuoco pel manico o per una presa di feltro con la sinistra mano, riceva degli spicchi o dei minimi pezzi di cipolla tenera, e un quarto di ramaiolo di brodo, preferibilmente di manzo: e burro lodigiano di classe. Burro, quantum prodest, udito il numero de’ commensali. Al primo soffriggere di codesto modico apporto, butirroso-cipollino, per piccoli reiterati versamenti, sarà buttato il riso: a poco a poco, fino a raggiungere un totale di due tre pugni a persona, secondo l’appetito prevedibile degli attavolati: né il poco brodo vorrà dare inizio per sé solo a un processo di bollitura del riso: il mestolo (di legno, ora) ci avrà che fare tuttavia: gira e rigira.  I chicchi dovranno pertanto rosolarsi e a momenti indurarsi contro il fondo stagnato, ardente, in codesta fase del rituale, mantenendo ognuno la propria « personalità »: non impastarsi e neppure aggrumarsi.    
       Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l’aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po’ per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella « marginale », che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti-ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po’ meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino. Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dei è reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro « risotto alla milanese » ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche: per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta. Non ingannare gli dei, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadagno. No! Per il burro, in mancanza di Lodi potranno sovvenire Melegnano, Casalbuttano, Soresina, Melzo, Casalpusterlengo, tutta la bassa milanese al disotto della zona delle risorgive, dal Ticino all’Adda e insino a Crema e Cremona. Alla margarina dico no! E al burro che ha il sapore delle saponette: no!                    
       Tra le aggiunte pensabili, anzi consigliate o richieste d iperintendenti e ipertecnici,agli figurano le midolle di osso (di bue) previamente accantonate e delicatamente serbate a tanto impiego in altra marginale scodella. Si sogliono deporre sul riso dopo metà cottura all’incirca: una almeno per ogni commensale: e verranno rimestate e travolte dal mestolo (di legno, ora) con cui si adempia all’ultimo ufficio risottiero. Le midolle conferiscono al risotto, non più che il misuratissimo burro, una sobria untuosità: e assecondano, pare, la funzione ematopoietica delle nostre proprie midolle. Due o più cucchiai di vin rosso e corposo (Piemonte) non discendono da prescrizione obbligativa, ma, chi gli piace, conferiranno alla vivanda quel gusto aromatico che ne accelera e ne favorisce la digestione. 
          Il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! solo un po’ più che al dente sul piatto: il chicco intriso ed enfiato de’ suddetti succhi, ma chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato in una melma, in una bagna che riuscirebbe schifenza. Del parmigiano grattugiato è appena ammesso, dai buoni risottai; è una banalizzazione della sobrietà e dell’eleganza milanesi. Alle prime acquate di settembre, funghi freschi nella casseruola; o, dopo S. Martino, scaglie asciutte di tartufo dallo speciale arnese affetto-trifole potranno decedere sul piatto, cioè sul risotto servito, a opera di premuroso tavolante, debitamente remunerato a cose fatte, a festa consunta. Né la soluzione funghi, né la soluzione tartufo, arrivano a pervertire il profondo, il vitale, nobile significato del risotto alla milanese.                                                                                                                                                                                     
 (C. E. Gadda, Verso la Certosa – Milano Napoli, Ricciardi 1961)




C’è un aspetto che colpisce: Gadda si rivela  non solo accurato ed esperto in ingredienti e tecnica, ma segue chi si accinge a cucinare passo passo senza saltare una tappa nel procedimento.  Chi non ha troppa dimestichezza con i fornelli   trova la  generosa concessione del tempo da parte di chi scrive e non il linguaggio rapido che contraddistingue i nostri tempi. Forse per avere ricette perfette, per mangiare bene si dovrebbero usare questi ingredienti: prosa abbondante ed accurata e scienza.